Occhi di bambina
Occhi di Bambina- Marco Vichi- edizioni Guanda.
Finito, quasi per caso, sul mio comodino tra la pila di libri in attesa di lettura a seconda dell’umore del momento.
Il “quasi” è d’obbligo perché il libro è stato scelto solo rispetto al suo autore, senza interessarmi al soggetto, senza neppure leggere la quarta di copertina.
Sono una fedele lettrice della serie del Commissario Bordelli, personaggio creato dalla penna di Marco Vichi, e atterrato a casa grazie a mio figlio per una serie di quasi banali circostanze.
Di ritorno da Firenze dove si trovava per lavoro, il figlio in questione, dislocato all’estero come me, ma ben più lontano dalle nostre terre aveva avuto voglia di un libro che gli parlasse di Firenze, come appunto immaginava comprando “Morte a Firenze” di Vichi.
Mi lascia il libro ripartendo e faccio conoscenza con il Commissario Bordelli.
Amore a prima lettura. Non ci siamo più lasciati.
Attendo così con pazienza l’uscita di ogni ultimo libro del Commissario.
Lo scorso autunno in una sorta di crisi di astinenza, avendo terminato l’ultimo che avevo tra le mani e senza grandi speranze di un seguito a breve, passando in Italia in libreria, avevo comprato per l’appunto Occhi di bambina, così a “pagina chiusa”.
Rimasto lì sul comodino relegato in fondo alla pila, mi è ricapitato tra le mani verso la fine dell’estate dopo una specie di indigestione di occhi di bambini.
Quattordici occhi di nipotini che si sono alternati per tutta l’estate.
Nuova crisi di astinenza?
…mi sono lanciata nella lettura senza sapere cosa mi attendesse.
Nulla di quanto potessi immaginare, tanto più che l’unico altro libro di Marco Vichi che avevo letto, extra serie del Commissario, aveva molti riferimenti che facevano pensare a Bordelli anche per il genere, velatamente “giallo”.
Firenze giugno 1985, incipit del libro “Arianna vuoi andare dalla mamma o vuoi stare qui? «E’ la nonna a chiedermelo. Avevo sette anni….”io la mamma non la lascio da sola” dissi. Ormai da molto tempo sapevo che era andata via dall’Italia e non poteva tornare a Firenze.
Inizia così in prima persona e attraverso gli occhi di una bimba il racconto di una latitanza, dai contorni per lei oscuri.
Si tratta di una storia vera come esplicita Marco Vichi in una nota in calce al libro.
Quando molti anni fa, in una sera particolare, un’amica mi raccontò questa storia (la sua storia), pensai subito che prima o poi l’avrei scritta. Ma per salvare una storia vera sulla carta dovevo aspettare il momento giusto che è poi arrivato. Ho rispettato gli appunti della mia amica, le sue riflessioni, mettendo in ordine questa vicenda senza trascurare o cancellare nulla. E senza commentarla con giudizi di valore di alcun tipo, lasciando che fosse lo sguardo di una bambina, anche se ricordato da un’adulta, a guidarci lungo la strada di questa storia.
E il risultato è veramente un racconto di grande freschezza e semplicità con l’ingenuità e tutte le sfumature dei pensieri di una bimba della sua età.
Arianna raggiunge un anno e mezzo dopo, la mamma partita improvvisamente nel novembre del 1983.
Andrà a vivere nella banlieue parigina, e poi a Barcellona.
Dovrà adattarsi a nuove scuole, nuove lingue, nuove separazioni dopo quella dai nonni, in cui ha sempre trovato sicurezza e affetto senza limiti.
A crescermi sono stati loro, i miei nonni, due persone veramente speciali, che forse mi hanno dato più dei migliori genitori che si possano immaginare.
La notte dormivo sempre insieme ai nonni, nel loro grande letto…il lettone come dicevano tutti i bambini. Quella sensazione calda di essere protetta non potrò mai dimenticarla.
Mille le domande che assillano Arianna prima della partenza: Parigi? Sarà bella come la raccontano? E a scuola potrà parlare italiano? E la nuova casa? Grande e bella come quella di Firenze? Con una stanza dei giochi? e come si mangiava a Parigi? Avrebbe trovato le merendine che piacevano? E chi l’avrebbe accompagnata a scuola? La mamma o sarebbe andata da sola?....
Mille domande e nessuna certezza a parte il suo unico desiderio di essere con la mamma.
Quello che sapevo è che volevo dormire insieme alla mamma, nel suo letto, nel lettone, come facevo con i nonni. Sentire il calore della mamma accanto a me…..
Un primo appartamento condiviso dalla mamma e dal suo compagno con un’altra coppia di fuggiaschi, in cui non esistono né lettoni, né letti ma materassi buttati per terra.
Finalmente un nuovo appartamento solo per loro tre.
….non dormivamo più sui materassi per terra, ma la mamma mi disse subito che avrei dormito da sola, non nel suo letto e non in camera con loro. Non c’ era neppure una camera tutta per me, avevo solo un divano letto nel “salotto”…
Non provai nemmeno a protestare. Avevo scelto di vivere con lei. Ce la dovevo fare.
Ma quanta paura del buio, senza neppure una lucina e la porta della camera della mamma chiusa.
E la mamma nei miei ricordi di quel periodo ha spesso un viso pensieroso, preoccupato, Con me era dolce ma a volte severa.
Sempre più evidente la lacerazione tra la sicurezza affettiva dei nonni e il richiamo viscerale pur se precario e doloroso di una mamma in fuga. Non ci sono né buoni né cattivi, ma ognuno con la propria forza e debolezza e la propria capacità di amore.
Le difficoltà di inserirsi in una nuova scuola, in una classe dove gli alunni già si conoscono da un anno, senza parlare la lingua, le domande poi di bambine curiose che le chiedono perché mai fossero venute a Parigi, cui puntualmente risponde che la ragione è “per il lavoro della mamma” tanto per chiudere la questione.
Ma quale lavoro?
E intanto mi chiedevo: eh già perché siamo venute qua?
Chiedendolo solo a se stessa, conscia di non poter porre la domanda alla mamma.
Sentivo che non dovevo farlo e sapevo comunque che non me l’avrebbe detto.
Quanti non detto, quanta insicurezza, quanta tensione, quanta paura e quanta resilienza.
Quanta pesantezza e allo stesso tempo quanta leggerezza tipica dei bambini, capaci di ridere di tante sciocchezze e di gioirne, che si snodano in questa storia.
Una storia drammatica, che però non è riuscita ad avvelenare l’anima della bambina che l’ha vissuta. Conclude Vichi nella sua postilla finale.
Un libro che si legge in un soffio. Che mi ha riportato indietro agli anni di piombo di cui ho ben memoria.
Un libro che mi ha intenerito e delicatamente commossa, che mi ha sorpresa e mi ha rituffata nel mondo dell’infanzia con le sue tante sfumature.
Il libro ha fatto parte dei dodici candidati del Premio Strega 2026 senza però raggiungere la finale dei sei tra cui scegliere il vincitore.
Un libro che ha il grande merito di trattare di un argomento particolarmente grave e difficile senza spettacolarità, né enfasi attraverso appunto gli occhi di una bambina che filtrano e raccontano la sua storia, nella Storia che fa da contorno molto sfumato. Riflettendola con i piccoli gesti quotidiani, i pensieri, i giochi, i silenzi e anche i suoi “non detto”.
Occhi che rispecchiano la sua anima che malgrado tutto rimane incontaminata.


Commenti
Posta un commento